giovedì 29 gennaio 2009
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In questi giorni finalmente His Holiness Barack XVI è stato finalmente papa.
Le sue dichiarazioni rispetto alla Shoah sono finalmente chiare, finalmente esplicite, finalmente cristiane.
Aldilà della reazione alle parole per nessun caso scusabili del signor Williamson (che ora pare dovremo incominciare a chiamare mons. Williamson) è evidente che la reazione degli ebrei non sia stata quella di discussione, di tentativo di dialogo, di apertura al "rendere ragione" di sè in ascolto dell'altro.
Eppure il dialogo è già così legato a un filo sottilissimo che questa williamsonata dev'esser stata davvero letale.
Ringraziamo allora, per una volta, il papa, che finalmente tende concretamente una mano a chi non ha il pugno chiuso.
Ah, no, quello era Obama.
Beh...
Resta da chiedersi se sia possibile che il problema essenziale che divide questi cristiani sia la liturgia. Mi sembra tanto che dietro ci sia altro, in termini politici ma anche psicologici.
Cosa vuol dire rifiutare il vaticano 2°?
Cosa vuol dire rifiutare un rito?
Trincerarsi su una posizione?
Non è forse paura, terrore dell'altro, xenofobia in senso pieno?
E come si può dialogare, dunque? Non si rischia di "concedere" (questa volta per davvero) un serio RELATIVISMO rispetto alla liturgia, alla concezione della chiesa, al vangelo.
Il relativismo, Sua Santità Barack XVI, forse è dentro alla chiesa, non fuori.
Mi pare che le strade del dialogo debbano essere altre.
Quelle intraprese con Kirill, ad esempio. Quelle che fanno della fatica del pensare insieme e del tentare una comunione PRIMA DI TUTTO STORICA E SOLO DOPO TEOLOGICA (Kasemann) il vero fulcro dell'ecumenismo.
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